Anna Clara, la sua tetta bionica e un libro che non parla di cancro

Mappazza, tetta bionica, sono tanti i nomi con i quali Anna Clara Rizzo, autrice di La mia parte maschile, decide di chiamare la protesi mammaria che le è stata applicata dopo l’operazione che ha rimosso il suo tumore. Un soggetto estraneo, duro, ingombrante, con cui fare i conti ogni giorno. Che ricorda qualcosa di spiacevole ma che, contemporaneamente, restituisce una forma. Modella, o forse rimodella, e colma un’assenza forzata. Edito da Carthago, il testo della professoressa Rizzo – che è stata per anni docente in alcune scuole medie catanesi – è stato presentato in due diverse occasioni, al Palazzo della Cultura a dicembre e, in ultimo, al centro Zo delle Ciminiere lo scorso 16 gennaio. In entrambi i casi in presenza delle persone che, per diversi motivi, hanno accompagnato la scrittrice nel suo percorso terapeuticomedici, psicologici, amici e familiari – che, in alcuni casi, sono anche i protagonisti del racconto.

Un testo scorrevole, a volte frammentato, che ha la forma del diario – nasce infatti come tale – ma riesce, grazie alla varietà degli argomenti tattati, a fuoriuscire dai limiti della narrazione autobiografica, coinvolgendo il lettore in una più complessa trattazione della quotidianeità. Il mostro che incute più timore. Più della malattia, dei trattamenti chirurgici e della morte in sé. Demoni che, solitamente, aspettano la notte per introdursi dentro di noi, assorbendo la nostra energia – come i succubi e gli incubi del folklore romano, prima e medievale, poi –  ma durante un lungo periodo di pausa forzata, come quello portato dal tumore, affollano ogni momento della giornata. Impietosi. Rapporti familiari tesi, problematiche sociali, dispiaceri, attese, occasioni perdute.  Per catturarli e riportarli alla loro condizione onirica lo strumento che i terapeuti suggeriscono ad Anna Clara è la scrittura. Un esorcismo che, a quanto pare, è riuscito perfettamente.

Un tragitto –  in cui sono diversi gli attori che aiutano la protagonista a non cadere, partendo dal marito, compagno di una vita, ai figli, passando per gli specialisti – che permette all’autrice di riprendere contatto con quegli aspetti che lei definisce maschili della sua vita, passati in secondo piano rispetto ai ruoli in cui si era più o meno volontariamente rinchiusa. Quello di sorella, moglie, madre e insegnante. Una mascolinizzazione che, come in uno strano incantesimo di conversione, la riporta a sé stessa, alla donna che è sempre stata. Agave, amazzone del mito greco, guerriera priva di un seno per meglio tendere l’arco. E, infine, scoccare la freccia.

Mattia S. Gangi

Foto: Giada Condorelli

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