Grande successo al Metropolitan di Catania: l’accurata ricostruzione storica di “Micio Tempio-Vietato ai minori” soddisfa ogni aspettativa

Una bettola della Civitas. Un gruppo di emarginati di età differente, ma medesima estrazione sociale. Nel furore delle chiacchiere burlesche, si trascina un vecchio, stanco e malato: è il grande poeta Domenico Tempio, ormai estremamente povero e disilluso, che sembra aver abbandonato ogni impulso poetico poiché “la sua mano è ormai pesante”.

Così si apre Micio Tempio – Vietato ai Minori, un’opera teatrale emozionante e allo stesso tempo pedagogica, un viaggio storicamente accurato nella Catania della fine del 1700.

Come anticipato da Pietro Lipera, ideatore del progetto, e dalla voce narrante interpretata da Giuseppe Castiglia, lo spettacolo prodotto dall’associazione culturale Le Nuove Muse mira a riabilitare la figura di un intellettuale ingiustamente noto esclusivamente per le sue poesie erotiche, che hanno finito per adombrare la sua potente critica sociale.

Attraverso un intelligente flashback, il vecchio Micio Tempio si rianima e guadagna vent’anni di vita, gettando via i logori abiti e la triste maschera sul volto, per ritornare lo scanzonato intellettuale in compagnia di amici. Si ricomincia dal 1798. Tra prostitute, bicchieri di vino e risate, non mancano le riflessioni sulla tesa atmosfera a Catania, bruscamente introdotte dal prete Giovanni. Si nota come nell’ambiente colto della fine del secolo, la ventata illuminista proveniente dalla Francia abbia fatto breccia sulla fitta coltre di inerzia siciliana. Vengono citati i pensieri di Voltaire, Diderot e Rousseau, mentre la trama inizia a delinearsi: Micio Tempio appartiene ad un ristretto gruppo di intellettuali, prevalentemente formato da preti e giovani studenti universitari, che stanno contemplando una rivoluzione in Sicilia, per liberare i più deboli dall’oppressione del potere nobiliare.

La vicenda evolve tra drammatiche riunioni a bassa voce, dove Tempio fa realisticamente notare le scarse possibilità di successo di un’azione simile in Sicilia — rifuggendo da ogni confronto con la situazione francese, a parer suo troppo distante —  e momenti goliardici, in cui il poeta dimostra di trovarsi molto più a suo agio lontano dal contesto nobiliare, al quale, tuttavia, è spesso richiamato dalla sua arte.

In tal senso, l’intero spettacolo fa notare un aspetto interessante della figura del Dante siciliano: mentre l’ambiente colto e facoltoso lo stima come scrittore di versi piccanti e libidinosi, chiedendogli spesso la composizione di una strofa al volo, il contesto a lui più vicino, rappresentato dalla bettola al centro della Civitas, sembra comprendere appieno il valore letterario e sociale dei suoi lavori, che sono come “pugni sullo stomaco”.

Tempio si muove quindi in bilico tra i tanti vizi della nobiltà catanese, retta da Giuseppe Castiglia nei panni del Principe di Biscari, e la fame più nera dei quartieri ai quali si sente indissolubilmente legato.

Si comprende quindi come, nonostante l’immancabile elogio alla figura del poeta, per molti versi il baricentro dell’opera sia la decadente Civitas. Non mancano spunti di riflessione sulla controversa figura della Chiesa, rappresentata dai vescovi vicini agli ambienti nobiliari, sul ruolo dei proprietari terrieri e sulla lontana indifferenza del Re, al quale le urla strazianti del popolo paiono non giungere mai.

Il fervore catanese culmina nella scena forse più toccante, in cui il drammatico accompagnamento musicale de I Beddi Musicanti di Sicilia si unisce alle deboli cantilene della massa affamata che circonda la voce narrante.

La miccia della rivolta viene accesa dal gruppo di intellettuali a cui Tempio fa capo, la gente si ammassa di fronte ai palazzi nobiliari reclamando a gran voce i propri diritti. Sarà il freddo Principe di Biscari a placare la sommossa gettando pezzi di pane dal balcone. Il poeta aveva ragione: La Sicilia non è la Francia.

Da questi tumultuosi anni, prima che il flashback si concluda, nasce il poema La Carestia.

Il commovente finale presenta il volto più umano di Micio Tempio, attraverso le sue parole rivolte al figlio Pasquale e alla moglie Caterina, che già durante gli anni della rivolta si era mostrata come una donna forte e premurosa, ben conscia del ruolo di rilievo occupato dal marito.

Tutte le promesse sono state mantenute: Angelo Tosto restituisce l’immagine di un poeta che porta sulle sue fragili spalle il peso di un’intera città, schierandosi sempre dalla parte giusta, senza paventare ripercussioni da parte dell’ambiente nobiliare, al quale letteralmente sputa in viso.

Giuseppe Castiglia, nel suo duplice e antitetico ruolo di narratore e Principe di Biscari, interrompe sovente l’incedere dialettale raccontando in italiano le vicende messe in scena, raggiungendo agevolmente l’obiettivo didascalico che la produzione si prefiggeva.

Le musiche de I Beddi Musicanti di Sicilia regalano un’esperienza poliedrica, accompagnando i momenti salienti con vivaci ballate folkloristiche o tenui accordi, e partecipando attivamente alla riuscita della toccante scena finale; ottimi anche tutti i giovani del Teatro degli Specchi, che tra danze e canti irrobustiscono le scene di gruppo.

Micio Tempio – Vietato ai minori è un’opera in cui la commedia più pura collima con una precisa ricostruzione storica, lasciando spazio, tra qualche battuta volgare e molti dialoghi spassosi, a un filosofeggiare mai sterile e a molti spunti di riflessione sulla condizione in cui è costretta a ritrovarsi, in Sicilia e nel mondo, una vastissima fascia della popolazione.

Durante la ballata finale che accompagna, insieme agli applausi del pubblico, gli inchini degli attori, si finisce per domandarsi quale sia il ruolo dell’arte nel complesso processo di sensibilizzazione e coinvolgimento sociale. In questo caso, la risposta è ovvia.

 

 

 

 

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