“Katane tra mito e rito”, una conferenza per raccontare la città antica e la stipe votiva di Piazza San Francesco

Presso Palazzo Platamone, al cospetto di un uditorio composto da professionisti ed appassionati, si è tenuta- nel tardo pomeriggio del 3 novembre scorso- una conferenza dedicata alla mostra archeologica “Katane tra mito e rito. Testimonianze cultuali di Catania greca”. L’incontro, animato dalla presenza di Maria Costanza Lentini (Direttore del Polo regionale per i siti culturali di Catania), Massimo Frasca (Docente di Archeologia della Magna Grecia all’Università di Catania), Antonella Pautasso e Fabio Caruso (Ricercatori dell’IBAM-CNR e  curatori della mostra), ha visto anche gli interventi introduttivi di Orazio Licandro (Assessore ai Saperi e alla Bellezza Condivisa), di Enzo Bianco (Sindaco di Catania) e di Piero Pruneti, direttore della rivista “ArcheologiaViva”. L’incontro è stato organizzato in occasione dell’uscita bimestrale della rivista (novembre-dicembre) che contiene un articolo dedicato alla mostra e scritto ad otto mani dai quattro relatori sopra citati.

I saluti del Sindaco Bianco e dell’assessore Licandro. L’assessore Orazio Licandro ed il Sindaco Enzo Bianco hanno presentato Piero Pruneti, la rivista scientifica e l’articolo dedicato alla Catania antica raccontata nella mostra fruibile presso l’ex Manifattura Tabacchi (“posto affascinante, ma difficile” come sottolineato dalla stessa Maria Costanza Lentini), rimarcando l’attenzione sul valore immenso delle bellezze culturali (ed archeologiche nello specifico) possedute dalla città metropolitana etnea; il Sindaco ha, inoltre, ricordato che proprio sulla cultura catanese- basata anche sulla biodiversità ambientale che caratterizza la zona, grazie alla presenza del Vulcano– Catania sta puntando grandemente in questo momento preciso della sua vita. Il primo cittadino ha esaltato il clima di collaborazione vigente in città: atmosfera che sta consentendo il risveglio culturale di Catania attraverso le molte manifestazioni svolte.

Gli interventi di Maria Costanza Lentini e di Piero Pruneti. Sia Maria Costanza Lentini sia Piero Pruneti hanno ricordato la loro intensa collaborazione passata,  nel periodo in cui la Dott.ssa iniziava la sua energica attività nel Parco Archeologico di Naxos. L’idea dell’articolo pubblicato su “ArcheologiaViva” è nata proprio dal pensiero che per Catania si possa mettere in modo una collaborazione similare e che questo possa permettere alla città di uscire dal clima di reticenza in cui è piombata e di essere più conosciuta dal punto di vista culturale. Pruneti, nel suo breve intervento, ha portato i saluti del Sindaco di Firenze all’uditorio. Il direttore di “ArcheologiaViva” ha esaltato la nostra cultura mediterranea, riportata in vita grazie alla ricerca archeologica e senza la quale Catania oggi non conoscerebbe la sua storia. Pruneti ha poi posto la sua attenzione sulla prossima tre giorni di “tourismA (Salone Archeologia e Turismo Culturale)”– che si terrà a Firenze dal 16 al 18 febbraio 2018- sperando apertamente in una partecipazione di Catania alla rassegna.

“Capire la città greca: storia delle ricerche” (a cura di Massimo Frasca). Per lungo tempo si è creduto che le evidenze archeologiche conservate a Catania fossero quelle di epoca romana, ancora oggi in parte visibili, e che la città greca fosse andata irrimediabilmente perduta a causa di terremoti ed eruzioni vulcaniche che hanno colpito la città nel corso dei secoli.  In realtà non è così, a cominciare dalle strade catanesi che percorrono tracciati greci poi ripresi anche dai Romani. La storia degli studi ci indica, come uno dei primi studiosi ad aver compreso l’importanza archeologica della testimonianze di Catania greca, il nome dello studioso tedesco Adolfo Holm. Il suo libro- dedicato alla carta archeologica di Catania- venne tradotto nella nostra lingua nel 1925 dall’archeologo Guido Libertini con il titolo di “Catania antica” A Libertini si deve il ritrovamento del rilievo attico di Demetra e Kore (fine del V secolo a.C.) esposto alla mostra. Fu proprio grazie al rilievo, rinvenuto in giacitura secondaria, che si iniziòa pensare che il grande santuario internazionale di Demetra e Kore potesse sorgere in antico ai piedi della collina di Monte Vergine. Un altro nome a cui è legata la storia degli studi è quello di Giovanni Rizza. A Rizza si deve non sotanto lo scavo della stipe votiva di Piazza S. Francesco ma anche l’avvio del primo scavo di archeologia urbana a Catania alla fine degli anni ‘70, all’interno del Monastero dei Benedettini che era stato donato alla Facoltà di Lettere. I risultati di queste campagne di scavo hanno consentito di studiare la stratificazione antica dalla preistoria in avanti, sulla quale il Monastero si è impiantato senza portare distruzione, e grazie a questi studi (condotti anche in altre zone della città) Catania è oggi una delle città antiche meglio conosciute di tutta la Sicilia.

“I culti di Catania greca” (a cura di Fabio Caruso). L’intervento di Fabio Caruso si è concentrato su una dissertazione relativa alla religiosità di Catania antica, per molti aspetti ricostruibile attraverso una disamina delle fonti antiche e grazie allo studio dei reperti archeologici, con un occhio di riguardo nei confronti della documentazione numismatica. I primi culti impiantatisi a Catania arrivano dalla colonia fondante, Naxos, e quindi sono culti calcidesi. In generale, la tradizione cultuale di Katane è ricca e variegata, e la presenza dell’Etna nel suo territorio ha contribuito a renderla terra ricca di miti (proprio secondo la mitologia, sul Vulcano si sarebbe conclusa la lotta tra divinitàe giganti, e questi ultimi qui sarebbero stati aepolti. Si credeva in antico che fossero proprio i giganti  che vomitavano fiamme dalL’Etna, definita da Pindaro come “colonna del cielo”). Prendendo come modelli di riferimento diversi esemplari di monete riferibili al periodo greco-romano della città, si apprende che il culto centrale doveva essere quello di Apollo (del quale si trovava, a Naxos, un importante altare). Un altro culto importante era quello legato al fiume Amenanos, il cui scorrimento sotterraneo era già noto agli antichi e raccontato nelle fonti. Nelle monete il fiume appare raffigurato come un toro dal volto umano (androprosopo): come l’acqua porta la vita, così il toro è forse il simbolo di fecondità più adatto ad una sua rappresentazione. Al periodo dell’occupazione della città da parte dei Dinomenidi (metà V secolo a.C.), i quali deportarono la popolazione e la ribattezzarono come “Aitna”, appartiene una moneta rinvenuta in un unico esemplare, detta per questo la “Gioconda”  delle monete e battuta allo scopo di celebrare la rinascita della città colpita da un terremoto proprio in quel periodo: da un lato una bellissima testa di sileno e dall’altra l’immagine dello Zeus etneo, seduto in trono su una pelle di leopardo, e accompagnato da un’aquila poggiata su un albero di pino. Altri simboli che ritroviamo sono quello dell’uva (sentore della ricchezza vinicola locale) e lo scarabeo, che ancora una volta rimanda alla tradizione della Gigantomachia. In onore dello Zeus etneo vennero indette delle festività panelleniche. All figura di Zeus si lega ancora il mito di Tàleia, ripreso da Eschilo nelle sue “Etnee”, che per la vergogna di essere amata dal padre degli dei chiese ed ottenne di essere sepolta. Nel luogo della sua sepoltura, dopo nove mesi, germogliarono due radici. Un’importante citazione è stata fatta, infine, relativamente alla leggenda dei Pii Frates (i Fratelli Pii): i due fratelli che portarono in salvo i genitori dall’eruzione dell’Etna, e per questo loro gesto sarebbero stati risparmiati e sarebbero stati venerati come capaci di allontanare il fuoco dell’Etna, come la statua di Zeus a Capo Peloro che anche impedì ad Alarico di attraversare lo Stretto. Si mette  così in evidenza, con questo excursus, il tema del ribaltamento che in qualche modo è tanto caro alla mitologia ed ai culti antichi radicatisi in terra etnea.

“Terrecotte dal deposito votivo di Piazza S. Francesco” (a cura di Antonella Pautasso). L’intervento di Antonella Pautasso si è concentrato sul fornire dapprima un’introduzione generale legata al contesta e alla scoperta fortuita della stipe votiva di Piazza San Francesco, avvenuta nel 1959 in seguito alla necessità di effettuare dei lavori nelle conduttore, e dei successivi scavi condotti sotto la direzione dell’archeologo Giovanni Rizza. A 58 anni dalla sua scoperta si tratta ancora del ritrovamento archeologico più importante della Catania greca. Dalla stipe votiva (di certo non l’unica presente nel sottosuolo di Catania, nell’ambito di quello che doveva essere il grande santuario di cui parla Cicerone e che le scoperte hanno confermato trovarsi nell’area di Via Crociferi, nella zona che poi sarà occupata dal teatro) sono state recuperate ben 1200 cassette di materiale archeologico, equamente ripartito tra frammenti ceramici e coroplastica (statuette votive. Alcune di esse raggiungono le dimensioni ragguardevoli dei 40 cm di lunghezza) per un totale di 18000 esemplari sia integri sia frammentari. I materiali vennero letteralmente pescati nel fango e quindi non fu possibile seguire i criteri scientifici tipici dello scavo stratigrafico. Le statuette sono il mezzo più usato nel mondo antico per esprimere devozione: l’offerente si metteva in diretta comunicazione con la divinità e ne chiedeva l’intervento. I materiali della stipe identificano due momenti di vita del santuario: il periodo arcaico, durante il quale il santuario era apertissimo agli scambi, ed infatti c’è moltissimo materiale d’importazione, ed il periodo classico et tardo classico (dalla fondazione di Aitna fino al periodo dionigiano), durante il quale si ha la certezza che il santuario fosse dedicato a Demetra e Kore. Le figure femminili che rappresentano vari passaggi d’età, in età classica i bisogni sono più individuali e nelle statuette si tende ad evidenziare l’importante status sociale delle donne che officiavano il culto alle dee. Ben 5 delle teche della mostra “Katane tra mito e rito” sono dedicate alle terrecotte figurate, che sono l’elemento più importante per comprendere quale sia la sfera di competenza di una divinità di un santuario (e non di individuare a colpo sicuro la divinità, come erroneamente si crede, dal momento che le sfere di competenza “lette” sulle statuette possono essere comuni a più divinità). Le statuette arcaiche sottolineano la giovinezza delle figure femminili, ritratte attraverso l’utilizzo di un vestiario che aderisce al corpo, e queste giovani donne recano dei simboli che indicano proprio il passaggio d’età dalla fanciullezza  all’età da marito. Gli attributi più diffusi tra queste statuette della stipe sono le capsule di papavero (che nel mondo antico serviva da analgesico o da veleno. Simbologia della nascita, della rinascita e del passaggio. Ha anche una simbologia legata al nutrimento e alla fecondità), il bocciolo/fiore (simbolo antico del fiore virginale e della fanciulla non sposata), il volatile (simbolo di grazia e simbolo erotico), la ghirlanda (ambito nuziale: prima delle nozze si intrecciava una ghirlanda), la mela (la mangiava la sposa dopo essere entrata nella casa del marito e questo significava l’accettazione totale delle nozze) ed il melograno (simbolo di fecondità e rimando al legame di Kore con il mondo dell’oltretomba). In età classica questa grande varietà di tipologie si perde e troviamo le offerenti con porcellino e le offerenti con fiaccola. Le offerenti partecipavano ad un ciclo di feste che seguivano l’andamento ciclico delle stagioni e che avevano il loro culmine nelle Tesmoforie, che si svolgevano nella Catania antica in autunno. Le donne, per tre giorni, si trasferivano nel santuario e svolgevano tutti i riti del caso, ripercorrendo il mito di Demetra e Kore. Il porcellino è un animale legato al mito e i porcellini da latte (a volte anche feti) venivano così buttati in bothroi e lasciati lì a decomporre. Il porcellino non veniva mangiato nei pasti rituali e questo è stato provato dalle indagini portate avanti sui resti di molti porcellini rinvenuti nella Sicilia occidentale. Per quanto riguarda, invece, il simbolo della torcia c’è da sottolinearne la doppia valenza: la torcia è simbolo di luce, concetto importante nell’ambito di tutte le religioni, ma è anche un simbolo di status sociale. Non si tratta di donne qualunque e sono mogli di cittadini legittimi, da cui ci si aspetta venga generata una prole di cittadini legittimi. Le donne portavano anche altro in offerta alle dee, e cioè piccoli oggetti, pissidi contenenti sementi, frutta o ancora pani e dolci cucinati secondo ingredienti specifici e prarati soltanto dalle donne. Quest’ultima tradizione era talmente radicata in ambito cultuale da essere arrivata fino ai nostri giorni.

La conferenza si è conclusa con l’intervento della Dott.ssa Antonella Pautasso e non ha lasciato spazio al consueto dibattito che si conduce, di norma, alla fine di ogni incontro similare. Ricordiamo, in questa, sede che la mostra “Katane tra mito e rito” resterà aperta al pubblico (salvo eventuali proroghe) fino al 30 dicembre 2017 e che l’ingresso è gratuito. Per tutti coloro che ne volessero sapere di più è possibile leggere della mostra in un articolo (qui il link) che le abbiamo dedicato a luglio, a meno di un mese dalla sua apertura ufficiale (16 giugno 2017).

Crediti fotografici: per la locandina;

Maria Mento

Please follow and like us:
RSS
Follow by Email
Facebook
Google+
http://etnaeventi.it/2017/11/09/katane-tra-mito-e-rito-una-conferenza-per-raccontare-la-citta-antica-e-la-stipe-votiva-di-piazza-san-francesco/
Twitter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *