Rosso Istanbul nelle sale a Catania. Se avete dubbi, non andate a vederlo

Il regista ha sicuramente all’attivo un numero di pellicole interessanti tale non poterne parlare per forza male. E questo non è necessariamente un bene. Per formulare un giudizio su un film, a volte, non bisogna essere esperti conoscitori della filmografia di chi, dopo tutto, si espone al giudizio del pubblico della grande distribuzione. Insomma, non ho visto tutte le opere di Ferzan Ozpetek, né credo che questa sia oggi la mia priorità ma Rosso Istanbul è semplicemente un film brutto. Che non scorre, nonostante gli spunti e la fotografia e, forse, qualche scena che strappa sorrisi a mezza bocca. Niente di più.

Per il resto le quasi due ore dell’ultimo lungometraggio del maestro turco passano stancamente, nell’eterna attesa di qualcosa che, alla fine, non arriverà. Né dal punto di vista della trama, non troppo originale se si considerano i precedenti de La versione di Barney, dal lato della sparizione misteriosa, e di The ghostwriter, sul versante dello spunto narrativo. Né, tanto meno, da quello della costruzione del racconto. Partendo proprio dai personaggi, bidimensionali, a prescindere dai ruoli, quando non proprio macchiettistici. Il protagonista/osservatore è uno scrittore minore che viene richiamato nella sua Istanbul dopo anni di esilio volontario a Londra. Ha sicuramente alle spalle un passato doloroso, si muove in modo quasi robotico e riesce a mantenere un’unica espressione per tutta la durata del film. Finisce sostanzialmente senza motivo nella casa di un ricco regista, mecenate omosessuale e istrionico, che delega al nostro expat le memorie della sua vita. Perché non se le scrive da solo invece che delegare il suo collega sfigato? Chissà.

All’interno della casa, unico elemento forse godibile della narrazione, i familiari del famoso regista: la madre chioccia, un fratello senza spina dorsale, la governanteGolem dai tratti mascolini e due zie zitelle arrapate che vorrebbero passare una notte di fuoco con lo scrittore sfigato che, buon per lui, rimane comunque un bel cinquantenne. Ma lui sembra non avere la passione per le cougar quindi declina gentilmente l’offerta e preferisce sbronzarsi con il famoso nel giardino della meravigliosa casa, davanti al fiume di cui non conosco il nome, ma – soprattutto – dopo anni di perfetta sobrietà. Perché decide di porre fine al suo voto di rettitudine? Chissà. I due passano una notte meravigliosa a piangere senza motivo e a parlare di scrittura. Quella stessa sera però, dopo essere crollato in un sonno vergognoso sulla sdraio, i suoi sogni alcolici vengono turbati da immagini non proprio chiarissime, un uomo dai capelli lunghi abbraccia il mecenate gay, sembra avere una discussione agitata, e poi niente. Si dorme. Al risveglio però, brutta sorpresa, l’amico che gli avrebbe pagato un sacco di soldi per scrivere la biografia, è scomparso. Morto? Assassinato? Semplicemente una delle sue divertentissime burle? Chissà.

Intanto la polizia gli fa una cazziata bestiale perché lui, nonostante sia l’unica persona che l’ha visto per l’ultima volta, aveva pensato bene di farsi un biglietto per Londra e tornarsene senza dire niente dalla scena di un possibile delitto. Che stupidino. La famiglia del noto regista però non sembra preoccuparsi troppo, sono sicuri che si tratti di una delle sue geniali trovate, e decidono di mantenere il biografo a casa loro, continuando a pagare il suo soggiorno e incaricandolo di finire comunque il libro. Senza però avere l’unica fonte che potesse raccontargli altri dettagli. Lui, giustamente a questo punto, ha una crisi di nervi e si spacca una mano contro una vetrata (che rompe).  In tutto questo l’iracondo dalla mano ferita si innamora di una donna bellissima, amica del regista famoso – che cerca, senza fortuna, di rubare a un marito fascinoso che chiaramente gli avrebbe spaccato la testa – e poi si scopre che lui era scappato dalla città dopo aver fatto morire il suo unico figlio di asfissia, lasciandolo in macchina senza il finestrino aperto, perché aveva bevuto troppo.

Non racconto il resto del film e la fine perché non c’è. Finisce così. Senza motivo come è iniziato, lasciando nello spettatore quella inesorabile, bruttissima, sensazione di aver speso malissimo il proprio danaro.

Mattia S. Gangi

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